Quanti di noi da piccoli hanno desiderato almeno una volta un dinosauro? Le creature che un tempo dominavano la terra fanno parte dell’immaginario umano e il loro fascino e mistero è innegabile. Quanto nel 1993 uscì Jurassic Park, Steven Spielberg invitò il pubblico a visitare un parco delle meraviglie in cui gli animali preistorici erano stati riportati in vita grazie alla scienza.

Jurassic Park è un cult e un punto di riferimento nella culture pop, e come spesso accade quando un film ha successo, la casa produttrice decide di farne una saga. Il 7 giugno 2018 è arrivato nelle sale nostrane la quinta reiterazione: Jurassic World: Il Regno Perduto. 

Jurassic World: Il Regno Perduto è un esempio lampante di un brand sfruttato fino all’osso per puri scopi pecuniari. Jurassic Park non è mai stato pensato come un saga e già si intuiva dal secondo, per quanto buono, lungometraggio. Al quinto è inevitabile sentire l’esaurimento di un mondo immaginifico che è solo un eco del suo passato e che prova, raschiando dal fondo della camera dell’idee, a tirare fuori qualcosa di vagamente valido da proporre al pubblico.

Il Regno Perduto è il classico caso di film con buone intenzioni ma dall’esecuzione pessima. L’idea di vendere i dinosauri ai privati per scopi leciti e illeciti è valida, tuttavia è stata minata da una sceneggiatura ricca di incertezze, buchi nell’acqua e incapace di attirare lo spettatore. Il primo tempo è decente mentre il secondo è un declasso totale che scivola nei classici cliché della saga e in una tediosità che verso la fine mi ha portato alla sonnolenza. Il finale, senza fare spoiler, è una forzatura priva di senso verso un sesto (e speriamo ultimo) capitolo.

I personaggi coprono l’intero spettro degli stereotipi del genere e le loro decisioni illogiche e prive di senso lasciano spesso esterrefatti. Chris Pratt interpreta praticamente se stesso, in questo caso specifico la sua versione “bravo ragazzo che finge di non importarsene ma in realtà non è così”, mentre a Bryce Dallas Howard va il ruolo di animalista giurassica. Seguono immancabilmente il bambino/bambina perché è un film per famiglie, il tipo isterico che dovrebbe far ridere e il cattivo senza scrupoli numero millemila.

Conclude il poco lusinghiero pacchetto una computer grafica non ancora capace di stupire e scene d’azione che puntano di più sulla spettacolarità che sulla tensione. Si salvano invece la partitura di Michael Giacchino e un sonoro che fa buon uso del Dolby Atmos.

È tempo per la serie di estinguersi.


Filippo Giacometti