Devo ammettere che ho fatto fatica a trovare le parole giuste per recensire L’isola dei cani, l’ultimo lungometraggio animato di Wes Anderson, e probabilmente nemmeno ora i caratteri che state per leggere saranno soddisfacenti e sufficienti a esprimere pienamente il mio pensiero.

La verità che L’isola dei cani mi ha spiazzato perché il regista statunitense ha uno stile così unico e particolare da non riuscire a trovare riferimenti se non nella sua stessa filmografia che, mea culpa, non ho ancora esplorato appieno.

Il suo lavoro è di una precisione maniacale, con una malattia per la simmetria e l’ordine quanto nel set che nella narrazione della storia, a sua solito divisa per capitoli. Non riesco a trovare difetti nella sua opera in quanto non c’è nulla a livello registico o tecnico fuori posto, né nei personaggi (canini perlopiù) originali e speciali come qualsiasi altro elemento di questa bizzarro racconto.

Quello che sorprende è la bravura di Anderson di emozionare lo spettatore tenendo il tono sul piano surreale, quasi onirico, con quale spruzzata di humor geniale quanto a tratti perverso. L’abilità nel riuscire a rendere tristi o felici senza forzare però tali emozioni enfatizzando le scene con musiche e fotografia e, rendendole quindi, artificiali.

L’ottima partitura di Alexandre Desplat, ormai vincitore di due Oscar uno dei quali a Grand Budapest Hotel, si allinea perfettamente alla folle mente di Wes Anderson e amalgama le scene in maniera sublimemente perfetta.

Wes Anderson è un personaggio strampalato, amato da alcuni odiato da altri, ma non si può negare che abbia il coraggio di mostrarsi com’è fatto realmente e portare il pubblico dentro i suoi sogni più pazzi.

Per usare una metafora, L’isola dei cani è una mucca color gialla a macchie blu: si distingue per la sua diversità e stravaganza per questo piace più delle altre.


Filippo Giacometti