Passati ormai i tempi da supereroe sotto il nome di Birdman, ruolo che lo ha reso celebre, Riggan Thompson si ritrova sulla soglia dei sessant’anni sul disastro economico, con un relazione frantumata con sua figlia e uno spettacolo teatrale pretenzioso, l’adattamento “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, scritta da Raymond Carver.

Birdman è un opera dalle due facce: da un parte abbiamo il protagonista, un Michael Keaton di grande talento, che vuole essere amato non per il suo personaggio piumoso, non per il fatto che è una celebrità e la gente lo ferma per strada, vuole essere riconosciuto come un bravo attore, per questo ha abbandonato Birdman (e rifiutato quel reality show pieno di milf) e speso tutti i suoi soldi e le forze per un progetto ambizioso. Quel uccellaccio lo perseguita, è ancora parte di lui, è lui. Lui è Birdman. Nonostante la sua volontà di volersene liberare e di essere diverso dagli altri “buffoni” che interpretano supertizzi sul grande schermo, di non essere più quello di un tempo, di essere migliore, dimostrare chi è veramente. Ma chi è veramente?

L’altra faccia è la critica o meglio la consapevolezza che fare la recitazione non è più l’arte di un tempo, non importa un cazzo se sei bravo o meno, devi essere famoso, devi essere in qualche blockbuster strapieno di effetti speciali, avere Facebook, Twitter, fare visualizzazioni su Youtube. Questa è la fama del nuovo millennio, il teatro è roba da vecchi e critici che sanno solo etichettare e distruggere carriere con la loro penna a punta.

La sceneggiatura è un vero gioiellino, ogni elemento è al suo posto, ogni personaggio fa quello che deve fare e lo fa bene. Non c’è un attore che non si sia impegnato appieno: Emma Stone dimostra di essere ormai un attrice matura capace di interpretare ruoli di un certo livello e la sua Sam Thompson è perfetta, Mike Shiner (Edward Norton) è l’attore indomabile con manie di protagonismo, che vuole il realismo sul palco ma preferisce la finzione nella vita reale, addirittura Zach Galifianakis, l’avvocato Jake è nei suoi panni. Gli scambi di battute rasentano spesso la magnificenza, sprizzanti, senza censura, brillanti.

La mano di Alejandro González Iñárritu, il regista, è abile con la telecamera e a dirigere gli attori in scena, la fotografia accompagna lo spettatore con dolcezza quando serve, senza staccare mai dall’inquadratura; le musiche sono coerenti, minimali e semplici, un ritmo lento e pacato.

« E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? »
« Sì »
« E cos’è che volevi? »
« Sentirmi chiamare amato, sentirmi amato sulla terra. »


Filippo Giacometti