Silence, l’ultimo film del maestro del cinema Martin Scorsese giunge nella sale nostrane giusto prima della probabile nomination agli Oscar. Ma lo merita?

Dopo sesso, droga e soldi in Wolf of Wall Street e la fantastica storia di Hugo Cabret, il regista di Taxi Driver riduce il budget ma non l’ambizione di fare grande cinema, con un film intimo, di nicchia che difficilmente saprà attirare il pubblico delle masse nonostante tre attori da blockbuster come Andrew Garfield (The Amazing Spider-Man, The Social Network), Adam Driver (Star Wars Episodio VII – Il Risveglio Della Forza) e Liam Neeson (la serie Taken). 

Silence è un’opera di sofferenza, perseveranza e fede. Un viaggio in una cultura diversa, ostile agli estranei come l’estraneo è ostile alla cultura del popolo di cui è ospite. La fatica, il dolore e il peso di dover scegliere cosa è giusto e sbagliato, di trovare la forza o cedere sconfitto.

Un film girato magistralmente da un regista dotato di una mutevolezza unica, in grado di passare dal frenetico e violento mondo di Wall Street alle paludi del Giappone del XVII secolo. Intenso, profondo e di una potenza emozionale come pochi altri.

La fotografia è pura arte, con alcune scene che sicuramente faranno impallidire l’Academy, capace di incanalare tramite i colori e la luce emozioni che la parole non possono raccontare. Le musiche? Perfette: non ci sono. Il suono migliore è il silenzio.

Il protagonista Padre Sebastião Rodrigues è reso vivo da un’ottima interpretazione di Andrew Garfield il quale riesce a esprimere tutte i dolori, il viaggio fisico e mentale, al quale viene sottoposto. Un peccato vedere Adem Driver sfruttato e poi gettato via, sacrificato per fare spazio al personaggio di Garfield. Anche Neeson l’avrei preferito vedere per più di una comparsa.

Piacevole invece il personaggio di Kichijiro di Yōsuke Kubozuka, la spalla comica se così vogliamo dire, il quale a parer mio ironizza su alcuni aspetti della religione cattolica con il suo compiere peccati e poi chiedere continuamente la confessione, come se per redimersi bastasse un gesto di mani e una frase in latino.

Poco chiara la figura dell’olandese, più che altro strumento di comunicazione per raccontare i fatti quando il protagonista non è più in grado.

Silence è un prodotto raro quanto unico e non sarebbe probabilmente nemmeno giunto al cinema, se non fosse stato per il nome del regista che opera. Non è un film per tutti, soprattutto per un ritmo lento e la durata, forse eccessiva, di 160 minuti. Ma  vale la pena vederlo? Assolutamente sì.


Filippo Giacometti