La seconda guerra mondiale è sempre stato uno dei temi più trattati quanto nell’arte del cinema che più recentemente in quella videoludica. Fury si svolge durante la fine di questo conflitto, esattamente nel 1945, e narra le gesta eroiche (ovviamente solo gli americani sono gli eroi nelle guerre) del sergente Don “Wardaddy” Collier e il suo gruppo di fedeli compagni a bordo del carro armato Sherman con la missione di porre fine alla guerra colpendo il nemico a casa propria.

Fury è un film bello per metà: la sua anima più spettacolare e d’azione è riuscita perfettamente mentre quella più drammatica risulta scialba e alla fine dei fatti inutile. I combattimenti sono ottimi, spettacolari ma non frenetici, si capisce sempre cosa succede sullo schermo, c’è quel pizzico di splatter e brutalità che lo fa sembrare vero, non tende all’azione estrema e confusionaria ma ha la giusta velocità, ne troppo ne troppo poca; la fotografia è un elemento di pregio ed è usata per identificare le due fazioni in guerra (i colpi alleati tendono al rosso, quelli tedeschi al verde, in effetti sembra quasi Star Wars). Se dovessi valutare quest’opera di David Ayer sotto solo questo sua parte sarebbe un eccellente lavoro peccato che sia rovinato da scene che cercano di essere drammatiche, a suscitare qualcosa nello spettatore o semplicemente approfondire di più i personaggi. Queste scene però sono eccessivamente lunghe e vuote, nemmeno è colpa dei personaggi, stereotipi dell’esercito americano più il protagonista principale, ma proprio di dialoghi incastrati a forza con la volontà di raccontare la parte drammatica delle guerra con frasi spesso banali e un finale piuttosto citofonato.

Fury è un buon film che poteva essere migliore se non fosse stato per la testardaggine del regista David Ayer di renderlo qualcosa che non è capace di fare, ha tutti gli elementi giusti ma non sono ben miscelati.


Filippo Giacometti